ndto

Questo non è un mal di testa. Dire che tra un orecchio e l'altro il settimo cavalleggeri è impegnato in una carica alla baionetta renderebbe meglio l'idea. Non è un mal di testa, perché quando la testa fa male e basta gli occhi non ti lanciano coltelli su per il cervello ad ogni scarto. La testa gli sta scoppiando, letteralmente, ed il sole di New York in giugno, il sole della grande mela, aggiunge dolore al dolore, pena alla pena, martirio alla sofferenza. Già, la Grande Mela. Non fosse stato per John Fitzgerald che lo utilizzò per primo, quello sarebbe rimasto il soprannome dell'ippodromo, non ci avrebbero battezzato tutta una città. Ad ogni modo, proprio la sua gita all'ippodromo, ieri sera, gli ha lasciato in ricordo quel cerchio infernale che gli stringe le meningi e lo fa lacrimare. Questo non è un mal di testa, e Walter che se ne intende lo sa bene. Questo è l'inferno delle emicranie.

Ieri sera Jimmy, Frank e Walter sono passati a chiamarlo, e nonostante sua moglie abbia cercato di dissuaderlo, lui non ha resistito. Ghette, bombetta, panciotto, orologio al taschino e via per un'altra notte di scommesse alla Grande Mela, l'ippodromo. E ora il sonno mancante - è tornato a casa che il sole già faceva capolino dalle nuvole basse sull'oceano - il sonno mancante gli presenta il conto.

Come se non bastasse la giornata di lavoro, oggi, si presenta tosta; Bucky Harris ha deciso di far giocare George, George Mogridge, un mancino. Lui i mancini li soffre sempre, e con la scimmia in testa oggi saranno dolori, in tutti i sensi. Contro i Campioni del Mondo, poi. Quasi quasi Walter Johnson sarebbe stato meglio... Arrivare al suo posto, posare la sacca in terra, nello spogliatoio, è una tortura, piegarsi per sistemare ciabatte e scarpe manco a dirlo, allungare il braccio per riporre la giacca un lamento. Questo non è un mal di testa, questo è l'inferno in terra.

Si guarda intorno. Le voci di George, lui continua a chiamarlo così, e degli altri ragazzi gli scoppiano tra i timpani come tuoni. Come si fa a farli star zitti? George, poi... Se sapesse del suo malessere si farebbe in quattro per peggiorarlo, da quando vennero alle mani nel luglio del '22 a stento si sopportano. No, non lo deve sapere, non lo deve sapere nessuno. E come fare allora? Chi lo può aiutare?

Un lampo. Un'idea. Vede passare uno dei coach, un allenatore. In quel momento il Boss sta portando il taccuino nel suo ufficio, deve scrivere il lineup. Lui, Walter o Wally, se preferite, chiama il coach e da corpo alla sua idea: "Mi porti due aspirine?". Il boss fa altri due passi mentre quello annuisce, ne fa un terzo lento, si ferma. Si gira. Lo guarda. "Che hai?" - gli chiede - E lui "La testa, boss...". allora Miller Huggins porta la matita alla bocca, lo fa sempre quando pensa, resta fermo due secondi e poi la tira via, muovendola avanti e indietro come il metronomo che scandisce il tempo dell'idea che gli è venuta...

Walter Clement Pipp, o Wally se preferite, nasce a Chicago proprio oggi, il diciassette di febbraio del 1893, e quando sentite parlare del mito degli Yankees, degli Highlanders del Bronx che da fenomeno da baraccone diventarono una squadra di baseball vi dovete ricordare di tre nomi, tre soltanto per spiegarne la trasformazione: Jacob Ruppert che la squadra la comprò nel 1915, Fred "Homerun" Baker che venne a giocarci nel 1916, Wally Pipp che invece lo aveva preceduto di un anno.

Pipp arrivava a New York come uno dei cinque giovani giocatori richiesti da Wild Bill Donovan, il nuovo manager della squadra nel 1915, al nuovo proprietario, il Colonnello Ruppert, al fine di risollevare le sorti di quella squadra che ormai da quattro anni non aveva un record positivo. Donovan lo conosceva perché era stato suo manager due anni prima ai Providence Grays dell'American Association.

Ci giocavano lui, quel ragazzo corpulento di Baltimore che lui continuò a chiamare George anche quando tutto il mondo arrivò a conoscerlo in altro modo, e un giovane lanciatore di nome Carl Mays, che qualche anno dopo, in un tragico pomeriggio di agosto, lanciando una spitball cambiò per sempre la storia del baseball.

In realtà Wally, che aveva esordito con i Detroit Tigers nel 1913 e da questi venne venduto alla squadra di New York per 5000 dollari, era l'unico giocatore, dei cinque che pure arrivarono, come promesso da Ruppert, quell'anno, agli Yankees, ad avere del talento. Lo aveva dimostrato a Providence, ma specialmente nel 1914 con Rochester dell'International League, in cui aveva battuto .314, guadagnato il primato nella lega per numero di fuoricampo (15) e per numero di tripli (27). Il ragazzo dell'Illinois era il classico prima base mancino, un "big man", e la sua stazza, unita con il suo talento, non scalfito da quell'incidente che aveva avuto da bambino in cui un puck da hockey lo aveva colpito in testa facendogli perdere parte della capacità visiva dell'occhio sinistro e lasciandogli dei ricorrenti mal di testa che, quando uniti a notti brave come quella di quel 1 Giugno 1925, non lasciavano proprio scampo, dava l'impressione che sarebbe stato il prima base degli Yanks per tanto tempo. 

E lo fu, ma non fu solo il prima base degli Yankees. Wally Pipp è stato uno dei più forti battitori di potenza della dead ball era. Leader di fuoricampo in American League per due stagioni consecutive, il 1916 e il '17 (15 e 9 fuoricampo rispettivamente), tre stagioni sopra quota .300 in battuta, 121 tripli (tuttora al quarto posto nella classifica di franchigia), dal 1915 al 1924 mai una OPS+ minore di 95, e quasi sempre sopra il 100. Vincitore di tre titoli AL e di una World Series, nel 1923, in cui batteva secondo in battuta nel lineup degli Yankees, mentre George era ottavo. Con lui, a risollevare le sorti di quella franchigia prima che Harry Frazee decidesse di avere bisogno di un po' di liquidità per finanziare un musical a Broadway ispirato alla commedia No, No, Nanette, Frank "Home Run" Baker che, a dispetto del soprannome, colpì in carriera solo 93 fuoricampo, ma la grandissima parte di essi importantissimi: due nella World Series del 1911, contro Christy Mathewson e Rube Marquard, e un altro, sempre contro Marquard, in quella del 1913, entrambe vinte con i Philadelphia Athletics di Connie Mack. A New York Baker giocò sei stagioni, le prime 4 (dal 1916 al 1919) fantastiche (OPS+ rispettivamente di 130, 116, 129, 106), e poi ancora nel 1921 e nel '22, aiutando la squadra a vincere i suoi primi due pennant.

La prima volta che un giornalista coniò il termine "Murderers' Row" per riferirsi ad un lineup degli Yankees non è stata nel 1927 ma nel 1918, ed erano gli Yankees di Wally Pipp e di Home Run Baker.

Ma quel due Giugno del 1925, quando a Wally venne quel mal di testa, Home Run Baker si era già ritirato, e la squadra non stava andando bene come nella stagione precedente. Il loro record era di 15-26, e Miller Huggins era abbastanza infuriato. Aveva già iniziato a togliere dei veterani dal lineup: poco più di un mese prima era toccato ad Everett Scott, shortstop, che non la prese benissimo, dato che deteneva il record (1307) di maggior numero di partite giocate consecutivamente. La decisione, quando Wally Pipp gli dice del mal di testa, è automatica.

Huggins fa un passo nella sua direzione. Si ferma, la matita a mezz'aria. Lo guarda. Gli dice poche parole, le più logiche in una situazione del genere: "Wally, prendi pure le aspirine, ma non ti cambiare. Prendi un giorno di riposo, tanto... Che sarà mai... Prendi un giorno di riposo, che oggi in prima proviamo il ragazzino".

Un giorno.

Le spalle gli si abbassano, il respiro rallenta... "Dio ti ringrazio, almeno oggi non devo giocare". Wally Pipp, gli occhi colmi di riconoscenza, ripone la maglia bianca nell'armadio e prende le aspirine che il suo coach gli porge. Un solo, avido sorso guardando Miller Huggins che da la notizia al ragazzino. Quello, con la sua aria di bravo ragazzo. Giunge le mani in preghiera e le chiude per accogliere il volto. l'emozione della prima volta.

Quando Wally si siede il ragazzino è già scattato in piedi dalla sua panca. Lui si siede ed il ragazzino si appresta a giocare la sua prima partita tra i grandi. La prima.

Mentre le aspirine entrano in circolo e il demone inizia ad allentare la morsa sul suo cervello Wally non sa, non lo può sapere, che quella è solo la prima partita, e che ne seguiranno altre 2129, tutte in fila, senza fermarsi mai. Perché quel ragazino non è un umano, non è fatto di carne ed ossa. Quel ragazzino e di acciaio, di ferro temprato e giocherà 2130 partite di fila, fino al Maggio del 1939.. Quel ragazzino è un cavallo, di razza, come quelli su cui Wally ha scommesso la sera prima nella Grande Mela, l'ippodromo di New York. Quel ragazzino è "The Iron Horse", quel ragazzino è Lou Gehrig, e Wally Pipp non giocherà mai più in prima per gli Yankees.

Di solito, quando il nome di uno sportivo entra nel linguaggio comune e, solo a sentirlo, rievoca automaticamente un determinato concetto, quello sportivo può dire di essere entrato nella storia. Se si dice "Jeterian swing" viene subito in mente lo swing dell'ex capitano degli Yankees, che tante valide in campo opposto ha prodotto in vent'anni di carriera. Se si descrive una schiacciata "alla Julius Erving" quasi si immagina di vedere Dr. J che stacca in corrispondenza della linea del tiro libero per scagliare la sua forza contro il canestro, e così via. Ecco, anche Wally Pipp è entrato nella storia dello sport. Anche se, sfortunatamente, dalla parte sbagliata.

Il suo nome è diventato sinonimo di un concetto: "Stay fit, or lose your job". Resta in forma o perdi il tuo posto. Non vorrai finire come Wally Pipp... "You don't want to be Wally Pipped"....

Pierluigi Mandoi e Michele Pepe

We use cookies to improve our website and your experience when using it. Cookies used for the essential operation of this site have already been set. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

  I accept cookies from this site.
EU Cookie Directive plugin by www.channeldigital.co.uk