La vita a volte offre strani incroci e strane occasioni, delle sliding doors inaspettate frutto di uno strano allineamento astrale e di due tanto diverse quanto paradossali condizioni economico-sociali ad un oceano di distanza che hanno offerto la fugace gloria a colui che venne catapultato un sistema più grande di lui, un uomo dimenticato ma scoperto.
E' la storia di James "Jimmy" Everett Bonner, un ragazzo proveniente dalla Louisiana rurale che grazie ad un operaio delle ferrovie, un meccanico ed un uomo d'affari divenne il primo afro-americano a giocare nel campionato giapponese di baseball, undici anni prima del debutto di Jackie Robinson con la casacca dei Brooklyn Dodgers.

Il primo protagonista di questa storia è l'operaio delle ferrovie: si chiama Lonnie Goodwin, vive in California ed allena con discreto successo nella Negro League i Los Angeles White Sox, una formazione interamente composta da giocatori afro-americani ad eccezione del seconda base, un ragazzo di origini giapponesi visto sullo stadio dei White Sox mentre giocava una partita con i suoi Los Angeles Nippons e subito aggregato in squadra.
Essendo la California il ponte verso il Pacifico negli Stati Uniti dell'epoca l'immigrazione asiatica era sempre più prepotente, tantissimi arrivavano dal Giappone, dove lo yakyuu aveva immediatamente fatto breccia sul popolo sin dall'arrivo dei primi statunitensi sull'isola a metà del 1800, vale a dire nel momento in cui il Paese – da oltre 250 anni sotto la rigida politica del sakoku (“Paese incernierato”) promosso dallo shōgunato dei Tokugawa – si riapriva verso l'Occidente e con i trattati di “amicizia e commercio tra Stati Uniti e Giappone” del 1859 permetteva anche la libera circolazione dei cittadini tra i porti.

Royals Giants premiati

(I Royal Giants premiati a Tōkyō. Da sx. O'Neal Pullen, Ajax Johnson, Biz Mackey ed il manager Lonnie Goodwin)

Le principali zone di sbarco furono più a nord rispetto a Los Angeles: la Bay Area, la zona intorno a San Francisco e Oakland iniziò a diventare un crogiuolo perlopiù pacifico di culture, mentre gli immigrati proventi proprio dal Sol Levante trovarono terreno comune con gli abitanti del posto proprio grazie allo sport del batti e corri, sempre rigorosamente al pari degli afro-americani, senza poter ovviamente alle massime leghe “whites only”.

I molti scambi ed incontri tra queste due tanto diverse culture permisero al primo protagonista della storia di conoscere il secondo, un meccanico di Fresno con un trascorso come di giocatore di baseball alle Hawaii e nato ad Hiroshima, che seguendo la rotta pacifica ha trascorso tutte le proprie tappe sui diamanti, diventando, una volta arrivato nella città californiana, manager oltre che capitano del Fresno Athletic Club, team composto da soli giocatori nipponici. Kenichi Zenimura, questo il nome dell'uomo, sarà ben più che un semplice giocatore-allenatore di semi-professionisti, ma diventerà un vero e proprio visionario, utilizzando per i suoi obiettivi il baseball ed uno spiccato senso per il marketing, nonché una mente più aperta di altre.

Un giorno durante una partita tra i Los Angeles White Sox e Fresno, vinta da questi ultimi, è lo stesso Zenimura ad avere un'idea: nel corso della sua carriera ha spesso radunato giocatori nippo-americani per portarli in patria ed espandere la conoscenza del gioco, perché non fare un tentativo ed invitare Goodwin?

Dietro a questa idea si nascondeva però altro, un pesante fardello politico aggravato dall'Immigration Act del 1924 con cui vennero chiusi i porti statunitensi per gli immigrati giapponesi e che fece crescere un grosso risentimento nel governo centrale di Tōkyō e non solo: sono gli anni tra le due Guerre in cui in Giappone i militari ottengono sempre più potere e si fomenta un sentimento nazionalistico assai forte. Gli scontri nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale sono sempre più vicini, ed anche Zenimura lo sa, ma vuole cercare di fermare la tensione sul nascere attraverso lo sport che più lega i due Stati, ed una rappresentativa di emarginati nella loro stessa casa sarebbe l'ideale per mostrare al mondo un sentimento di fratellanza.

La risposta del ferroviere è affermativa: una rappresentativa di Negro League andrà in tournée in Giappone. Siamo nel 1927, sette anni prima che lo stesso viaggio sarà compiuto da Babe Ruth, Lou Gehrig, Lefty Gomez, Jimmy Foxx, Moe Berg (trovate la sua incredibile storia nell'ultimo numero di Baseball Clipper) e tante altre leggente dell'American League, sempre attraverso i rapporti diplomatici di Zenimura.

Ad arrivare al Meiji Shrine Stadium di Tōkyō nella primavera del 1927 sono il Fresno Athletic Club di Zenimura ed i Philadelphia Royal Giants, un all-star team ante litteram formato da quattordici giocatori di peso ed atletismo nettamente superiore ad ogni possibile rivale. In tutto giocarono 24 partite, chiudendo con un record di ventitré ed un'unica sconfitta giunta – raccontano le cronache dell'epoca – solo a causa di un errore arbitrale piuttosto evidente.
Quello che interessava però a Zenimura e Goodwin non era tanto il risultato del campo, ma quello del clima respiratosi all'arrivo di una selezione di afro-americani in un Paese che per generazioni e generazioni non aveva mai visto alcun straniero al di fuori di sporadici mercanti olandesi.
Ancora una volta ebbe ragione il meccanico di Fresno: i locali furono entusiasti di questa visita, lo stadio sempre pieno di gente per ammirare le gesta di questi gaikokujin (“stranieri”), che da parte loro risposero dispensando sorrisi ed assoluta cordialità. A suggellare questa vera e propria amicizia tra il popolo giapponese ed i Royal Giants il capitano degli All-Stars Rap Dixon si vide consegnare un trofeo commemorativo da un giovane di appena 26 anni che aveva appena preso le redini del Paese con il nome di Shōwa, ma che il mondo imparerà a conoscere meglio qualche anno più tardi con il suo nome personale, Hirohito. Non male, per chi di norma non poteva nemmeno camminare a fianco del proprio vicino di casa, poter stringere la mano al diretto discendente di Amaterasu, la divinità del sole da cui si credeva discendesse tutta la famiglia imperiale giapponese.

Royal Giants a Tokyo(I Philadelphia Royal Giants al Meiji Shrine Stadium. Al centro, in giacca scura, Lonnie Goodwin. Aprile 1927)

Il tour dei Royal Giants fu un successo – vero – ma fu un successo estemporaneo: una volta tornati negli Stati Uniti le cose non cambiarono, ed i rapporti tra i due Paesi erano ormai compromessi per trovare un terreno comune su cui lavorare. Il clima di rassegnazione non si addiceva però alla costa californiana, ed è lì che capita a partire dai primi anni '30 il vero protagonista della nostra storia, Jimmy Bonner.
Spinto fino a lì dalla Louisiana, Bonner era un submarine pitcher destrorso, con una buona propensione per questo sport ma non il talento cristallino di altre stelle: non giocò mai infatti nella Negro League, rimanendo sempre in leghe semi-professionistiche e partecipando alla Berkeley International League, una lega indipendente fondata nella Bay Area qualche anno prima da Byron Reilly, un filantropo di colore impegnato in varie mansioni da giornalista e che tra i primi vide le potenzialità nel non creare un campionato per afro-americani, bensì in campionato per tutti i “non-bianchi”, comprendendo al proprio interno anche latino-americani, giapponesi e cinesi.

La partecipazione alla Berkeley International League del 1936 con la casacca dei Berkeley Grays fu il vero turning point nella carriera di Bonner: in aprile effettuò 17 strikeouts in una sola gara, mentre in settembre lanciò tre complete games in appena 48 ore mettendo a referto 46 strikeouts e consegnando nelle mani dei Grays il titolo. Queste prestazioni lo portarono alla ribalta locale, ma come fece un semi-professionista di colore a raggiungere Tōkyō per giocare a baseball e, soprattutto, perché era richiesto?

Per rispondere è più comodo partire dalla seconda domanda: in Giappone erano rimaste impresse le prestazioni dei Royal Giants di qualche anno prima e con la creazione del primo campionato nazionale nel 1936, la Japan Occupational Baseball League, tante squadre cercavano il gran colpo proveniente dall'altra parte del Pacifico, in particolare una: il Dai Tōkyō, la peggior squadra della lega (e non è un riferimento al film Major League, nelle prime 14 partite della loro storia ne persero 13 e ne pareggiarono una). La dirigenza della squadra aveva un contatto proprio in California, quello di Harry Kono, l'ultimo grande protagonista della vicenda, un uomo d'affari di Alameda con una grande passione per il baseball e con diversi soldi.

Per inquadrare il tipo di persona basti pensare che l'anno seguente, nel 1937, formò una selezione chiama Alameda Kono All-Stars che giocò 62 partite d'esibizione in Giappone, dopo un viaggio in nave in cui il menù consisteva in salmone affumicato, costolette di manzo, lingua di bue bollita e fagiano arrosto, con l'alternativa di zuppa di miso e crackers per coloro che soffrivano maggiormente il mal di mare. Al termine di quella spedizione, che vedeva schierato in campo anche Kenichi Zenimura, quattro giocatori scelsero di rimanere in Giappone per unirsi al nuovo campionato. Qualche anno dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, Kono formò una nuova selezione da inviare nel Paese del Sol Levante per giocare partite d'esibizione, con il solo problema che fece tutto ciò mentre si trovava recluso al Gila River, un campo di prigionia in Arizona, all'interno del quale nacque una sorta di piccola lega di baseball grazie alla mente illuminata di un altro prigioniero, Kenichi Zenimura.

Alameda Kono 1937

(I Kono Alameda All-Stars in tournée nel 1937. Zenimura è il primo a sinistra)

Kono aveva i contatti, il nome giusto per rinforzare il Dai Tōkyō dopo il pessimo esordio e la sua personale firma sul contratto. Ma perché Bonner e non un campione affermato della Negro League come, ad esempio, Satchel Paige? La soluzione sta nei numeri: il contratto che Paige percepiva dai Pittsburgh Crawford, squadra con cui disputò il campionato 1936, era di $500 al mese, mentre Bonner aveva firmato per 400 yen al mese (circa $116) più giornaliere cene a base di carne. La differenza di guadagni però non riguardava solamente Bonner ed i campioni della Negro League: rispetto agli stipendi della neonata Japan Bonner giornale japOccupational Baseball League il suo era un contratto da superstar; basti pensare che era quasi quattro volte più alto rispetto a quello di Eiji Sawamura, leggenda dello sport nipponico a cui è oggi dedicato il premio di miglior lanciatore in NPB.

Era davvero tutto fatto, ed il 5 ottobre 1936 Jimmy Bonner sbarcò sulle coste giapponesi con entusiasti titoli di giornale (“Il lanciatore nero è arrivato sulla scena. Eccellente difensore, detentore di uno straordinario record di strikeouts”,  “L'impetuoso Bonner rilascia un'incredibile palla di fuoco dal suo braccio d'acciaio” - didascalia del giornale a destra) e con la folla pronto a portarlo in trionfo. Un trattamento ben diverso da quello che ricevette Jackie Robinson al suo debutto in Major League.
Bonner venne accolto come un eroe dai tifosi del Dai Tōkyō (squadra antenata di quelli che sono oggi i Yokohama Baystars), convinti di aver trovato nel ragazzo della Louisiana la risposta ai rivali cittadini dei Tōkyō Kyojingun (divenuti poi Yomiuri Giants) che tra le propie fila vantavano il giapponese dagli occhi di ghiaccio, Victor Starffin, un ragazzo nato sugli Urali e trasferitosi in Hokkaido che divenne poi il primo lanciatore a raggiungere quota 300 vittorie nel massimo campionato giapponese.

Il primo impatto di Bonner fu ottimo: venne descritto come “atletico e carismatico” e nelle prime uscite non ufficiali fece piuttosto bene. Con l'inizio della stagione però tutto crollò: in quattro partite concesse 14 basi su ball, riuscì ad effettuare solamente 2 strikeouts, ed in un incontro commise un errore difensivo fatale che costò la partita alla sua squadra. Si comportò molto meglio in battuta, dove colpì 11 valide in 24 turni, ma le sue prestazioni in pedana di lancio, motivo per cui era stato acquistato, non convinsero la squadra che appena un mese dopo lo rispedirono negli Stati Uniti, ufficialmente per “ragioni di salute”, dove concluse la carriera prima tornando ai Berkeley Grays ed in seguito nei California Yellow Jackets e nei California Negro Giants, altre formazioni in leghe indipendenti dedicate a giocatori di colore. Si scoprì solo in seguito che quando giunse in Giappone Bonner non aveva realmente 24 anni come dichiarava, bensì era di cinque anni più anziano.

Una volta appeso il guantone al chiodo fece parte dell'U.S. Army nel 1943 e morì vent'anni più tardi, il 10 maggio 1963 nell'Alameda County.

Nel 1952 John Britton e Jim Newberry, altri due atleti afro-americani, arriveranno in Giappone per giocare a baseball, seguendo le orme nascoste di un uomo passato in punta di piedi nella storia, come se si fosse trovato protagonista inconsapevole in un mondo troppo strano e troppo grande per chi, da semi-professionista in una lega indipendente, si era trovato quasi per caso ad essere il primo giocatore di baseball di colore in Giappone, per un singolo mese di gioco.
Undici anni prima che Jackie Robinson calcasse i diamanti di Major League.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ruth 1

(13 giugno 1948, si festeggiano i 25 anni dello Yankee Stadium. Una mazza come bastone, l'ultima foto da vivo di Babe Ruth. Foto da Pulitzer)

Non siamo tutti uguali, no. Nasciamo uguali di fronte alla legge; stessi inalienabili diritti, stessi doveri. Ma non siamo tutti uguali.

Se lo fossimo, con una tavolozza in mano avrei potuto dipingere io la "Notte stellata sul Rodano" invece che van Gogh; se lo fossimo, con penna e calamaio avrei potuto scrivere "Il Maestro e Margherita" invece che lasciarlo fare a Michail Bulgakov. Se lo fossimo, "Don't think twice, it's alright" l'avrei composta e cantata io appena una delle mie fidanzate di gioventù m'avesse lasciato, invece che farla immaginare da Bob Dylan. Noi siamo tutti uguali, lo so che siete d'accordo con me..

Non devi sentirti nemmeno tu, tanto uguale, se a sette anni ti portano via dalla tua famiglia perché tuo padre, a sera, ti fa sedere a tavola con lui ad ascoltare le storie dei vecchi lupi di mari che saltano giù dalle loro bagnarole che arrivano nel porto di Baltimore (la più sgangherata delle porte d'America) come fanno le zecche che abbandonano il cane che salta in acqua, e poco importa se un boccale di birra al malto allungata con segatura al posto dell'orzo tuo papà te lo piazza davanti perché "prima diventa uomo e meglio è".. Ti portano via e ti mandano in collegio, in riformatorio, all'inferno. Sulla nota che ti accompagna e che ha scritto uno che oggi chiameremo assistente sociale e che ancora oggi non sai se benedire o bestemmiarne il ricordo, c'è scritto che sei "incorreggibile".

Non sei uguale a chiunque abbia indossato quel guanto o preso in mano quel pezzo di legno da 38 once e lo abbia fatto mullinare se a vent'anni vinci due partite di World Series restando sedici inning senza concedere punti, e quindici anni dopo hai battuto settecentotredici fuoricampo quando hai deciso di diventare un battitore. Non sei uguale agli altri, no. Sei unico, sei solo. Sei Babe Ruth.

Nel novembre del 1946 il Bambino avvertiva forti dolori ad un occhio, una visita in ospedale stabilì che la Bestia lo aveva aggredito. Non glielo dissero, non subito, temevano si lasciasse andare. Avevano paura che tutte le sue fragilità tornassero a galla, che i dèmoni che lo svegliavano di notte, aveva dieci anni, nelle notti umide ed appiccicose di Baltimore, prendessero il sopravvento. Ma il suo destino era scritto già allora, tra le nuvole inservienti celesti gli stavano costruendo una nuova casa.

L'uomo non aveva limiti, in nessun senso quando giocava e quando fumava, quando beveva e quando tradiva, quando regalava pacchi di soldi in beneficienza e quando puntava al tavolo verde, li ce lo potevi trovare anche la notte prima di una gara di World Series, lo vedevi andar via che la città già si stava svegliando, potevi raccogliere la palla che la sua mazza aveva scagliato a mille mglia all'ora sulle tribune solo poche ore dopo. Una volta lo andarono a prendere in prigione, ubriachezza molesta, e gli portarono la divisa col numero tre. Arrivò allo stadio che s'eran già giocati tre inning e i Bombers erano sotto. La vinsero loro.

Alle otto di sera a cento, a mille erano sotto le finestre dell'ospedale ad aspettare, a vegliarlo. Lui dormiva,in pancia tutti gli antidolorifici di questo mondo necessari a fargli chiudere gli occhi. Il sole s'era attardato sulle tegole d'ardesia dei palazzi tutto intorno, non voleva andar via, aspettava anche lui. Dall'alto, padre Mattias lo aspettava, come lo aspettava quarant'anni prima nel refertorio, in palestra, il suo vero padre. Alle otto e un minuto era tutto compiuto.

Babe Ruth è morto.

ndto

Questo non è un mal di testa. Dire che tra un orecchio e l'altro il settimo cavalleggeri è impegnato in una carica alla baionetta renderebbe meglio l'idea. Non è un mal di testa, perché quando la testa fa male e basta gli occhi non ti lanciano coltelli su per il cervello ad ogni scarto. La testa gli sta scoppiando, letteralmente, ed il sole di New York in giugno, il sole della grande mela, aggiunge dolore al dolore, pena alla pena, martirio alla sofferenza. Già, la Grande Mela. Non fosse stato per John Fitzgerald che lo utilizzò per primo, quello sarebbe rimasto il soprannome dell'ippodromo, non ci avrebbero battezzato tutta una città. Ad ogni modo, proprio la sua gita all'ippodromo, ieri sera, gli ha lasciato in ricordo quel cerchio infernale che gli stringe le meningi e lo fa lacrimare. Questo non è un mal di testa, e Walter che se ne intende lo sa bene. Questo è l'inferno delle emicranie.

thurmanmunsonNella clubhouse di casa dello Yankee Stadium c'è un armadietto particolare. Un armadietto che non è stato costruito ex novo nel 2008, ma che è stato trasferito, intatto, dal vecchio stadio, dalla casa che Ruth aveva costruito. Al suo interno un cappellino, una maschera e le protezioni di un ricevitore, e una casacca. Su di essa, come sulla parte superiore dell'armadietto, il numero 15. Questo armadietto si trova esattamente di fianco a quello di Derek Jeter. Perché non potrebbe essere altrimenti: come quello di Jeter, è l'armadietto di un Capitano.

Orsi

(Johnny e Joe, i nostri amici di oggi..)

Johnny e Joe sono amici, come possono essere amici dei ragazzi poco più che ventenni che hanno le stesse passioni, caratteri simili, che condividono le stesse esperienze, spesso le stesse emozioni.. e che lavorano insieme. Sono tanto amici, al punto che a sera, dopo una dura giornata di lavoro, si attardano volentieri nei bar degli alberghi che la loro professione, diciamo così, li costringe a visitare. Sono stati insieme a bere birra chiara domenica sera in un bar in Ohio, lunedì han fatto tardi per lavoro e son dovuti correre a prendere il treno, martedì hanno fatto sosta nell'Indiana ed hanno bevuto in compagnia anche di Frank. Johnny, Joe e Franck: dite la verità, anche i loro nomi legano bere.

Mercoledì sera esagerano, era una mezza giornata di riposo, alzano il gomito. A dire il vero, Franck più che bere (lui ha quasi ternt'anni, si suppone sia il saggio del gruppo..) si accerta che Joe non beva troppo; quando gli capita diventa irascibile, e quando si incazza ne fanno le spese coloro che provano a contraddirlo. Non lo diresti, a guardarlo, sembra uno scricciiolo.. Ma Dio come mena, i pugni che scaglia non vanno mai a vuoto, ne sa qualcosa l'occhio di uno di quelli in Ohio con cui ha discusso animatamente per qustioni di lavoro.. Ma tant'è, al giovedì devono lavorare, anche se non si tratta di una sessione di lavoro ufficiale; una specie di prova, di esibizione, chiamiamola così. Siamo a Bedford, Indiana, contea di Lawrence, una sfermata ferroviaria che ha trasformato quella che una volta era un palude per zanzare in un polo scolastico. I ragazzi sono di passaggio con tutto il loro gruppo di lavoro, domani (e si parla del 15 di settembre, domani in tutti i sensi), devono essere nel Missouri, domani lavorano lì.

Frank da ordini precisi a tutti: e già, Franck non è solo quello che tiene a bada le mani da granchio di Joe, Franck è anche quello che gestisce il gruppo.. Franck, dicevamo, dice a tutti di prepararsi in camera, di farsi trovare nella hall dell'albergo già in tenuta dal lavoro in modo da recuperare tempo. Poi, tutti insieme, si recheranno nel posto in cui dovranno mettere in scena la loro rappresentazione.

Johnny è il più lesto, quando esce dal bagno già pettinato vede che Joe è ancora in braghe di tela sul letto, l'occhio perso fuori la finestra, un dito di bourbob nel bicchiere. "Diamine, Joe, fai presto; è già tardi". "Ma non rompere, che ci vuole a vestirsi? Mica son come te, che sembri una ballerina da bar.. Faccio subiito.". "Beh, ti aspetto giù, ma fai presto. Se hai detto cinque minuti, che cinque minuti siano. Altrimenti me ne vado da solo"...

Joe ride, si alza dal letto, si avvia verso il bagno. Johnny esce, prende l'orologio dal taschino, prende la rampa di scale a destra uscendo dalla camera e si dirige verso l'atrio. Tira un vento fresco fuori, e Johnny decide di anticipare i tempi; chiede all'usciere di correre a chiamare un taxi all'angolo. Il portiere chiama un ragazzino di colore, gli mette un nichelino in mano, questi corre all'angolo con Washington Avenue e chima il taxi. Johnny gguarda l'orologio. Tre minuti e venti. Il taxi arriva che la lancetta dell'orologio di Johnny ha già girato per la sesta volta sullo zero, il motore resta acceso mentre Johnny guarda le scale e per le scale del suo stomaco la rabbia monta senza sosta. Sette minuti, otto dieci, il tassista suona il clacson, Johnny prende una decisione.

Sale sul taxi e da l'indirizzo al tassista che, ad onor del vero, aveva già capito dove portare Johnny. Questi sbatte la portiera, guarda verso l'albergo e vede Joe arrivare trafelato da dietro le vetrate. Un secondo, forse meno, e prende la decisione. "Vada pure", dice al tassista. L'ultima cosa che vede è la faccia incredula di Joe, la sua bocca aperta, le chele che si ritrova al posto delle dita che si serrano.. Fanculo Joe, così impari.

Siamo al 14 di settembre, quindi oggi, e mezz'ora dopo la sgommata del taxi Johnny è sul posto di lavoro che si sistema la tuta, si guarda le scarpe, c'è tanta gente intorno che guarda, ride, applaude. D'incanto, dall'entrata sulla scena appare Joe.. Si capisce lontano un miglio che non è incazzato.. Di più. Johnny finge di non vederlo, guarda alla sua destra MOrdecai che fa streching, ma con la coda dell'occhio percecipsce un movimento.. Joe ha iniziato a trottelrellare nella sua direzione, evidentemente non ha digerito la storia del taxi. Johnny lo vede arrivare, sbuffa, capisce, si prepara: "Oggi tocca a me". E giù botte, da orbi, lì, a Bedford, Indiana, il 14 settembre del 1905. Li separano, ma tra loro è finita. Continueranno a lavorare insieme, ma non si parleranno praticamente più..

A fine settembre del 1938, sono quindi passati trentatrè anni, Johnny riceve una telefonata. "Hey, ti andrebbe di darci una mano in radio, la settimana prossima, sai...". Johnny accetta, e non sa che la stessa telefonata "Quelli" della radio l'hanno fatta anche a Joe. E così, senza che nessuno dei due se lo aspetti, si ritrovano di fronte nella cabina radio di quella che è stata casa loro per undici anni, dal 1902 al 1912, quando Joe decise di andare ad invecchiare in Ohio..

Un minuto, lunghissimo, di imbarazzato silenzio, e poi, dopo trentatrè anni, Joe Tinker e Johnny Evers si abbracciarono di nuovo.

(Tinker, to Evers, to Chance è il primo poema dedicato al baseball, scritto da un giornalista newyorkese che vedeva quel trio di interni, probabilmente il più forte della Storia del gioco, come il fumo negli occhi, visto che con le loro giocate impedivano regolarmente ai Giants di partecipare alle World Series. Ovviamente, il Franck che si curava di Joe Tinker era Franck Chance. Sono tutti e tre nella Hall of Fame, e non potrebbe essere altrimenti, visto che tra il 1906 ed il 1910 vinsero quattro Pennat National e due World Series con la loro squadra. IL ricongiungimento avvenne quando quella squadra partecipò alle World Series del 1938, e Joe e Johnny furono invitati come commentatori.. La storia del colloquio in camera, lo immaginerete, è ovviamente immaginaria.. Quello che è certo, provato, indiscutibile, sacrosanto, è il fatto che una cosa del genere poteva succedere solo a giocatori di una specifica squadra, quella che Tinker, Evers e Chance portarono sul tetto del mondo nel 1908, e che da allora non ci è mai più ritornata: i Chicago Cubs).

Kirby

Che i San Diego Padres siano una squadra non proprio fortunata è storia rinomata, alle World Series 2 vlte e non proprio una bella figura ottenuta. Sicuramene il record più interessante che i Padres hano nella loro ormai più che quarantennale storia è quello delle no-hitter. Un attimo, non mi riferisco a quelle fatte dalla squadra della California, ma bensì da quelle subite. Ad oggi i Padres restano l'unica squadra a non aver ottenuto una No-hitter o un perfect, eppure sono la squadra che ne ha subite i più in assoluto, anzi, sembra che negli ultimi anni qualsiasi no-hitter debba accadere in MLB è proprio a discapito dei Friars. Se nel 1875 sembra ci sia stata la prima NO riconosciuta, i Padres già un anno dopo la propria nascita vedono schiantarsi contro un muro hitless a causa dei Baltimere Orioles e del suo inarrestabile Jim Palmer, era il 13 Agosto del 1970. 

I Padres degli anni 70' non erano certo il dreamteam, tutt'altro, eppure il loro record lo stavano per raggiungere e sembra proprio che da quel record mancato sia iniziata una maledizione, non paragonabile alle lamentele di un Bambino o a questioni di Caprette inaccettabili, ma forse il destino vuole giocare una partita strana con il pubblico di San Diego, anche se lo stesso destino dall'altra parte ha premiato il protagonista. 

Nel 1969 i Padres entrano in NL, squadra minor dal 1936, nel periodo espansionistico della ML entrano assieme ad altre squadre nell'olimpo delle Major, tra queste ovviamente come non ricordare i Montreal Expos, altra squadra non proprio fortunata. Era il 21 Luglio del 1970, quando il lanciatore destro Clay "Kid" Kirby lanciava contro i Mets arrivando senza aver subito Hits all'ottavo inning, per sua sfortuna l'incontro era 1-0 a favore dei Mets. La run era arrivata al primo inning su due walks ed una doppia rubata. Nella parte bassa ell'ottavo, con due out e nessuno in base, Clay era il battitore per i Padres e qui iniziò la maledizione. Il manager dei Padres , Preston Gomez, uomo di saldi principi e cubano vecchio stile non schiera in battuta Kirby, ma bensì Cito Gaston come pinch. Ricordo ai lettori più giovani che Gaton sarà il condottiero dei mostruosi Blue Jays di iniziò anni 90' come manager e di quei due anni in cui i Blue Jays erano letteralmente inaffondabili. La sostituzione di Kirby creò un putiferio nello Stadium una pioggia di fischi ai danni di Gomez e del povero Gaston che in fin dei conti eseguiva solo degli ordini. I circa 10.000 tifosi (un po' pochini) iniziarono a lanciare oggetti e qualcuno dopo la partita tentò anche di entrae nel dugout per, usando un termine colloquiale, "menare a sangue" Gomez. Bob Skinner, all'epoca hitting coach dei Padres dopo dirà: " A dir la verità non abbiamo obiettato la decisione di Preston, stava cercando solo di far del suo meglio per vincere la partita". I fischi divennero insopportabili quando Cito venne messo K ed il povero Balschun il reliever si beccò una bella valida che poi portò a due runs. Addio no-hitter. La domanda che ci poniamo tutti e si posero tutti all'epoca è PERCHE' ? 

Il gioco del baseball è strano. Il ragionamento di Gomez sulla carta è inappuntabile. Lo skipper secondo le sue parole era in debito con i Pittsburgh Pirates e non voleva lasciare margine ai Mets. Ai tempi infatti sia i Pirates che i Mets si contendevano la eastern, i Padres, come spesso è accaduto nella storia, erano fuori dai giochi e Preston voleva vincere. Gomez disse a Kirby che vincere la partita era più importante di un record personale e rincarò dicendo: "Se dovessi trovarmi nella medesima situazione farei lastessa scelta di nuovo". I due diciamo che non si parlarono per un po' di tempo. Oggi c' è ancora una spaccatura relativa a questa storia. Da una parte chi appoggia la decisione di Preston, il baseball è un gioco di squadra e lo scopo è vincere, il record ci può stare, ma cosa+ più importante il bene comune o quello privato? Dall'altra molti invece imputano che Gomez sia stato un po' troppo osservante del primo punto e che fondamentalmente i Padres erano fuori da un bel po' e che quindi una no-hitter poteva dare gloria ad una stagione non propriamente felice. La storia è in realtà più semplice di quello che appare. Il motivo è sempre il vil denare. I Padres del 1970 avevano una carenza di pubblico mostruosa, oggi potremmo paragonarla a quella dei Marlins o degli Astros. Una NO avrebbe rinvigorito il pubblico che sarebbe stato richiamato in qualche modo allo stadio. 

Ma la storia è strana.

Kirby andàò ai Reds nel 1974 all'epoca Gomez era il Manager degli Astros. (La storia di queste due squadre si è sempre incrociata molto, sarà per quello che mi affascinano entrambe). Il 4 Settembre del 1974 vedeva la squadra di Houston fronteggiare appunto i Reds e Kirby osservò quel giorno Dn Wilson lanciare una NO per otto innings, ma i Reds vincevano per 2-1. Che vita bizzarra. Quando fu il turno in battuta di Wilson secondo voi cosa accadde? Beh, la storia si ripetè e Wilson fu sostituito per un pinch-hitter. Non possiamo certo negare che Gomez fosse un uomo integro. A fine partita, Clay andò da Preston e gli strinse la mano: "Si un uomo di parola", gli disse, " e ti stimo per questo". 

Shiva, Allah, Budda, Dio, il Grande Cocomero o in qualsiasi cosa voi crediate, gioca a Dadi con il destino degli uomin,  e forse volle dare una piccola ricompensa a Clay. Come detto nel 1974 fu venduto ai Reds e ci restò per tutto il 1975. Ora se seguite il baseball da almeno due ore dovreste sapere il soprannome dei Reds del 75'. Non furono chiamati "Armata" poiché definire una squadra americana "Armata Rossa" magari non era proprio il massimo e si virò sulla Grande Macchnina Rossa. Già, colui che governa gli uomihni un premio glielo volle dare a Clay, rendendolo vittorioso su 19 partite ben 10 volte con solo 6 sconfite e facendogli indossare quell'anello che forse è il dono più preaziokso di una carriera di baseball. Kirby però non gioco le WS. Ma i Reds quell'anno erano troppo, erano troppo per chiunque e sono sicuro che prima o poi l'amico Michele Pepe vi racconterà meglio di me di quella, permettete di chiamarla così, Armata.

Il povero Clay morirà giovane a 43 anni per un attacco cardiaco.

Il destino degli uomini del baseball è bizzarro, Gomez avrà una vita longeva, oltre gli 80 anni e moriraà in realtà per un piccolo colpo alla testa, Cito Gaston vincerà due WS. Ed allora immaginiamocelala scena il quel dugout del 1970, quando Kirby magari avrà detto: "Allenatore, vado a prepararmi" e Gomez rispondere : "No, non serve". 

Quel giorno a Clay Kirby dissero : NO

Pietro Striano.

 

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